Iucundum est narrare sua mala

L’amore per la cultura umanistica dei padri dell’Oratorio li spinse alla collezione libraria, alla raccolta instancabile di testi, i più pregiati possibile per fattura, di ricercata provenienza, di ogni autore e varietà di ambito. L’insieme fu poi arricchito dalle donazioni di altri fondi di terzi, per accumulare così una quantità vastissima di sapere. In un sito istituzionale tempo fa lessi un asserto che ora non ho più ritrovato e cioè che «nel 1866 la biblioteca dei “girolamini” è divenuta monumento nazionale». Ché meraviglia! Una delle prime biblioteche aperte al pubblico dal 1600, grazie allo Stato italiano diventava “monumento nazionale”. Grazie al cielo sulla sedia ero seduto bene. A Napoli non si verificò quanto avvenne per esempio a Palermo, dove la biblioteca dell’Oratorio fu letteralmente smantellata per essere riallestita presso l’allora nuova biblioteca nazionale (al Cassaro alto); ai Girolamini lo Stato non operò questo trasloco con smembramento dei fondi e dispersione dei volumi. Ma se il patrimonio ivi contenuto era da sempre già fruibile alla collettività, il salto di qualità “statale” in cosa consisteva? Praticamente se fino a quell’anno i padri gestivano liberamente le proprie cose, quando vi rientrarono (intorno al 1895) gli fu concesso di continuare a conservarle. Però, c’è un “però”, senza tutti i loro soldi di cui disponevano prima…

Nel corso del tempo, poi, l’istituzione crebbe per mano degli stessi padri che investirono le proprie sostanze costituendo un patrimonio di inestimabile valore, anzitutto culturale, reso da subito fruibile al pubblico. Un patrimonio umanistico e religioso prodotto dai padri dell’Oratorio, messo al servizio della collettività, come un bene comune da arricchire e conservare, sempre mediante quelle fonti economiche con le quali si era costituito; la fabbrica portata avanti nel tempo con perizia e pazienza si confrontò puntualmente con lo specchietto “fonti-impieghi”, nel quale si affiancano gli investimenti materiali e le risorse monetarie che li finanziano, coi rispettivi totali sempre in pareggio.
(C.S., “San Filippo a Napoli”, Fede&Cultura, p.253)

Conoscere la storia ci permette di comprendere anche il presente, poiché essa ci illustra come si giunga ai nostri giorni. Noi oggi ammiriamo un monumento nel suo risultato finale, dopo secoli di continue migliorie in crescendo, come prodotto finito che chi ha iniziato non poteva certo immaginarsi. A noi oggi non ci è richiesto di accrescere ancora il valore della costruzione, se non piuttosto impegnarci almeno a preservarne lo stato di conservazione.

I monumenti materiali, le opere d’arte, sono segni espressivi della cultura di un popolo in un dato momento storico. Nella concezione classica la storia è considerata magistra vitae e conoscendola perveniamo alla nostra identità presente. Quanto alle radici cristiane, il discorso identitario è un aspetto immateriale che si discute ragionevolmente, mentre la tutela dei beni materiali è un dovere morale che si impone aldilà di ogni opinione. La professione di fede occorre per comprendere il significato profondo rappresentato nell’arte, ma per riconoscere il valore materiale – sebbene sovente inestimabile – di quelle opere, è sufficiente buon senso civico.

Il monumento materiale testimonia il suo passato, in un certo senso racconta la sua storia, la cui memoria grazie a esso giunge fino ai nostri giorni. Così noi ereditando tale opera abbiamo il dovere di conservarla in buono stato per riconsegnarla ancora ai tempi futuri. Possiamo godere la ricchezza di arte e di significati in esso rappresentati e dobbiamo permettere ai posteri di fare lo stesso, perché si perpetui l’intento originario: comunicare al mondo il messaggio di salvezza che ivi attuiamo nella celebrazione.
(C.S., “San Filippo a Napoli”, ed. Fede&Cultura, Verona 2019, p.258)

La soppressione degli ordini e corporazioni religiose con l’incameramento dei beni ecclesiali nel demanio pubblico*, oltre a sottrarre le fonti economiche agli enti ecclesiastici, provocò danni che si toccarono presto con mano, ai quali lo Stato pose rimedio con alcune misure correttive. La infelice o cattiva amministrazione dei beni ecclesiastici derivò dal cronico disavanzo del bilancio pubblico: per necessità di realizzare entrate, lo Stato effettuò vendite in maniera disorganica e frettolosa: splendide chiese, cappelle, congreghe – specialmente nel Meridione – diventarono negozi, botteghe artigiane, rimesse, depositi, abitazioni civili  e alcune, addirittura dimenticate, sono state abbandonate e rese facili prede di razziatori di opere d’arte.

Nelle leggi del 1866 e 1867 non furono previste forme particolari di tutela dei beni artistici dei luoghi di culto e altri fabbricati monastici; anche se i direttori del demanio incaricati della vendita potevano porre tra le condizioni speciali, quanto ritenessero necessario per la conservazione di beni che contenessero monumenti, oggetti d’arte e simili. Di fatto ebbe luogo una tremenda dispersione di opere artistiche, di cui fu spesso distrutto o dimenticato il contesto storico culturale originario. Solo i più importanti beni artistici trovarono un riparo nei musei provinciali. Una procedura per evitare queste disastrose conseguenze almeno nel caso di complessi di eccezionale valore artistico venne prevista all’art. 33 della legge 3096, che istituisce alcuni siti “monumenti nazionali” (le abbazie di Montecassino, di Cava dei Tirreni, di San Martino delle Scale e della Certosa di Pavia). Il medesimo articolo previde che altri complessi monumentali potessero ottenere la stessa qualificazione. In base all’articolo 5.4 del regolamento di esecuzione della legge, la designazione doveva essere fatta dal consiglio d’amministrazione del Fondo per il culto e approvata dal ministro di Grazia e Giustizia e dei culti, sulla base di una relazione del direttore del Fondo stesso. La legge 3848 precisa poi che tale designazione deve essere fatta con decreto reale. Il decreto reale 5 luglio 1882, n. 917 modifica ulteriormente le disposizioni, stabilendo che la designazione dei monumenti nazionali deve essere fatta di intesa con il ministro della pubblica istruzione. Con un decreto reale del 15 agosto 1869, altri quindici complessi vennero dichiarati monumenti nazionali. Mentre nel 1877 erano inscritte nel bilancio del fondo per il culto dotazioni per altri sette monumenti nazionali. Si trattò quindi di interventi mirati ed eccezionali che tuttavia inserivano il principio per cui il governo si obbligava alla conservazione di tali complessi immobiliari, con spesa a carico del Fondo per il culto. L’obbligo non era limitato all’edificio, ma si estendeva anche a tutti gli elementi annessi (“adiacenze, biblioteche, archivi, oggetti d’arte, strumenti scientifici e simili”).

La Congregazione napoletana dell’Oratorio vanta un ricco corso storico, testimoniato ancora oggi dal complesso dei girolamini e dalla monumentale chiesa ivi inclusa. Se la chiesa rappresenta un esemplare di spicco del barocco cittadino, non minor rilievo culturale ha assunto la biblioteca, sempre voluta dai padri filippini. La costruzione dell’edificio è stata interamente opera dei padri dell’Oratorio, che l’hanno abitato fino alle storiche soppressioni delle corporazioni religiose nell’anno 1866. La storia passata si prolunga grazie ai suoi effetti nel presente e, a onor del vero, buon senso civico vuole si riconosca pubblicamente il merito ai fautori della realtà divenuta patrimonio comune della collettività. Lo Stato italiano assumendo la titolarità del bene si è arrogato una grande responsabilità per la conservazione dello stesso.
(C.S., “San Filippo a Napoli”, Fede&Cultura, p.257)

Prendendo conoscenza delle funzioni del Fondo edifici di culto, come si presenta al cittadino nei siti internet istituzionali, si legge che «il compito del Fondo è di conservare le chiese aperte al culto pubblico, affidandole in uso all’autorità religiosa, e di assicurare il restauro e la conservazione degli edifici stessi e delle opere d’arte in essi custodite». È una felice espressione di Stato a servizio dei cittadini per il bene comune. È un fine nobile e pure strategico nel Paese col maggiore patrimonio artistico e culturale del mondo, poiché se rinunciasse al gusto del bello, rinuncerebbe alla sua dignità. La politica che trascura la bellezza del proprio Paese, il funzionario statale che disattende i propri doveri, è segno di un Paese che non ha più rispetto per sé stesso. Espressioni tangibili di tali atteggiamenti si riscontrano nello stato di quei monumenti che adornano lo spazio pubblico e si danno a vedere ai cittadini; anche i religiosi espulsi dalle proprie case trovarono diritto di cittadinanza nel novello Stato italiano. E il sistema-Paese reinveste la ricchezza prodotta dai suoi cittadini, di modo che a suo tempo lo stesso Stato italiano volle rimediare i danni causati alla Chiesa.


* Con eversione dell’asse ecclesiastico si indicano gli effetti economici di due leggi del Regno d’Italia e segnatamente il regio decreto 3036 del 7 luglio 1866 di soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose (in esecuzione della Legge del 28 giugno 1866, n° 2987), e la legge 3848 del 15 agosto 1867 che dispose la confisca dei beni degli enti religiosi (“Asse ecclesiastico”). Il termine “eversione”, dalla radice latina evertĕre, significa abbattere, rovesciare, sopprimere. Il termine “asse”, dal latino as, assis = moneta, significa “patrimonio”. L’espressione, quindi, qualifica la confisca dei beni degli enti religiosi come un abbattimento del potere economico della chiesa cattolica. Essa venne utilizzata sia nei disegni preparatori che nella legge stessa del 1866, ma in leggi successive il concetto fu edulcorato con l’espressione “liquidazione dell’asse ecclesiastico”, terminologia che sottace la natura confiscatoria, ma che trova una corrispondenza in una maggiore moderazione delle leggi stesse. La nuova terminologia intese indicare come obiettivo della legislazione quello di imporre alla Chiesa la vendita dei propri beni immobili, attraverso, ad esempio, la conversione in titoli di stato. Obiettivo di fondo dell’azione del legislatore fu, quindi, l’estensione del controllo dello Stato sulla Chiesa.

Iucundum est narrare sua malaultima modifica: 2020-01-17T14:30:43+01:00da sedda-co
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