oremus pro pontifice

[ SERAFINO M. LANZETTA F.I., Super hanc petram, ed. Fiducia, Roma 2022, pp. 28-31 ]

A complicare la faccenda, rendendo la situazione ecclesiale ancora più confusa, ha contribuito non poco la vicenda delle dimissioni di papa Benedetto XVI, dando adito a sospetti circa la loro validità, quando non a vere e proprie teorie complottiste. La formula della rinuncia, scritta in un latino pedante, conterrebbe de facto la non rinuncia di Benedetto per rimanere sentinella vigile, seppur appartata, e comunque il vero Papa, in un momento di decadenza della Chiesa a causa del suo successore. Tale tesi si avvale del fatto della marcata discontinuità tra Benedetto XVI e Francesco. Ma, se Francesco avesse insegnato la fede con chiarezza e senza ambiguità, l’idea di una non validità delle dimissioni di papa Ratzinger non sarebbe forse neppure affiorata. In cosa però Benedetto XVI manifesterebbe di essere il vero Papa, dal momento che la sua decisione è stata di rimanere in disparte e di non intervenire in momenti decisivi per la vita della Chiesa, come nell’impasse causato da Amori laetitia e il suo silenzio sui dubia dei quattro Cardinali? Benedetto avrebbe conservato solo un munus spirituale mentre quello di governo sarebbe passato al successore. Non solo si sdoppia così il munus petrinum, che è indivisibile, ma allo stesso tempo si fa poggiare l’idea teologica di un “vero Papa” su un pontificato spirituale, non visibile, contraria quindi al dogma della visibilità della Chiesa e del ministero del successore di San Pietro.

A livello canonistico si è postulata una distinzione tra munusministerium. Benedetto avrebbe rinunciato al ministero ma non al munus, in ragione della declaratio con cui il Papa emerito (titolo nuovo che Benedetto XVI si è assegnato non senza provocare ulteriori problemi all’assetto canonico del Papato) ha rinunciato al suo ufficio petrino. Di più, papa Ratzinger avrebbe rinunciato, scostandosi dal dettato del can. 332 par. 2, parzialmente all’executio muneris (che si darebbe non solo con il dire e il fare, ma anche con il soffrire e il pregare) e non al munus come tale. In verità, papa Benedetto ha dichiarato di rinunciare al “ministero del vescovo di Roma, Successore di San Pietro”. Non si dà spazio alla divisibilità tra munus e ministero, intesi, nell’insieme della declaratio, come una sola cosa, come oltretutto sempre intesi nella storia del Papato. Ciò che ha dato la possibilità alla tesi del doppio munus si fare quelche seguace è stata l’ultima Udienza generale di Benedetto XVI. In quest’ultimo discorso pubblico, il Papa motivava in modo teologico la sua scelta di ritirarsi, ma di non abbandonare la Chiesa. Diceva di rinunciare “all’esercizio attivo del ministero”, che non revocava il “sempre” del suo munus, che è anche un “per sempre”. Proprio questo però non quadra né a livello canonico né sacramentale e perciò ci deve condurre a leggere la declaratio nell’ottica della rinuncia al munus petrinum come tale. Infatti, tale munus non è un “sempre”, né un “per sempre”, come il sacramento dell’Ordine che infonde il carattere. È invece un ufficio che si perde o con la morte o con la rinuncia del Papa. Ecco perché le speculazioni si sono normalmente attestate sulla validità della rinuncia, nonostante Benedetto XVI a più riprese abbia confermato la sua volontarietà nel dimettersi.

 

oremus pro pontificeultima modifica: 2024-06-17T11:12:51+02:00da sedda-co
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