Si raccoglie forse uva dalle spine?

di cosa si parla:

La sinodalità, allora, vale di per sé già come “evento” del convenire insieme, prima ancora di cosa essa dirà sul piano dottrinale, disciplinare o pastorale. E a questo convenire si conferisce la ricchezza di essere mosso dallo Spirito, semplicemente come fatto ed evento storico. Quando si parla di sinodalità, infatti, si invita ad aprirsi al nuovo, a non opporsi al soffio dello Spirito, a non arroccarsi nella difesa del passato, a non legarsi alla tradizione come se fosse una coperta protetta dalla naftalina, a non irrigidirsi sulla dottrina. Ma la sinodalità sta o cade con la verità che professa e le affermazioni di questa nuova retorica sinodalista denotano facilmente una prospettiva storicistica ed esistenzialistica, che del resto è diventata propria di gran parte della teologia cattolica maggiormente accreditata dall’attuale magistero ecclesiastico ed egemonicamente presente nelle istituzioni accademiche cattoliche. Dopo la “svolta antropologica” quale altra visione di sinodalità poteva essere conseguentemente elaborata? Una sinodalità di parte e poco sinodale. Questa nuova sinodalità era già presente da decenni nelle menti e negli auspici dei teologi del progressismo cattolico e di molti cardinali e vescovi che della nuova teologia erano stati o i protagonisti o i discepoli. La sinodalità come espressione della Chiesa in uscita c’era già in Padre Chenu, come interpretazione dei segni dei tempi c’era già in Congar, come centro di una ristrutturazione della Chiesa come compito e come chance c’era già nel Rahner dei primi anni Settanta del secolo scorso, come occasione per superare il ritardo della Chiesa rispetto al mondo c’era già nel cardinale Martini e nei propositi della cosiddetta “Mafia di San Gallo”.

dalla prefazione di Stefano Fontana a Bux Nicola – Vignelli Guido, La Chiesa sinodale: Malintesi e pericoli di un “grande reset” ecclesiastico, ed. Fede&Cultura

Dopo aver idealizzato nel post-concilio l’immagine della Chiesa primitiva (At 2,42) quale autocomprensione esaustiva della Chiesa, esaltandone la libertà dei membri e l’assenza di verticismo, facendo credere che l’unico vincolo fosse la carità, si è dimenticato che i cristiani erano un cuor solo e un’anima sola (At 4,32) e che venivano esortati a essere unanimi nel parlare (1 Cor 1,10). Invece, oggi ci sono molteplici opinioni, non sulle cose appunto opinabili, ma sull’insegnamento del dogma, a scapito dell’unica verità. Ora, nel relativismo gnoseologico e morale che attraversa la Chiesa, si vuole sancire con la sinodalità la fine della Chiesa una. Qualche biblista ha scritto: “Sinodali non si nasce ma si diventa”, e infine, alle celebri quattro note del Credo ha già aggiunto una quinta: sinodale. Eppure, questa è una parola composta, in cui il prefisso syn rimanda a una, cioè “cammino in unità” o “sguardo unitario”; quindi sinodale è pleonastica e ambigua, se aggiunta o addirittura sostituita a una.
(dalla premessa di Nicola Bux a La Chiesa sinodale: Malintesi e pericoli di un ‘grande reset‘ ecclesiastico, Ed. Fede&Cultura)

Si raccoglie forse uva dalle spine?ultima modifica: 2022-11-05T11:23:51+01:00da sedda-co
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