super omnia charitas

L’anno scorso in un matrimonio gli sposi scelsero come lettura l’inno alla carità di San Paolo. Il padre filippino che celebrava affermava nella sua omelia che la carità sia stata l’unica regola voluta per la Congregazione dal suo fondatore. Niente di più vero. San Filippo riunì a vita comune sacerdoti che volle categoricamente liberi da voti religiosi e quindi da una regola che ne descrivesse l’osservanza. Tuttavia “ubi societas ibi ius” recita il principio base del diritto: Robinson Crusoe nella sua isola deserta non aveva bisogno di regole da rispettare, non appena invece si ha la convivenza di più individui nasce il bisogno di regole, con le quali garantire la libertà di ognuno nel rispetto del bene comune. Pertanto anche nella Congregazione dell’Oratorio si mise presto mano alla stesura di una carta costituzionale, non intesa però nel senso della “regola” classica degli ordini monastici precedenti. Gli obblighi propri della vita religiosa si sarebbero assunti nell’Oratorio con una scelta di libertà. Il primo e più significativo punto fu l’impegno di stabilità come proposito di permanenza a vita nella Congregazione, legati agli altri dal solo vincolo della carità; tale intenzione è ribadita in ogni tappa dell’iniziale cammino degli oratoriani (noviziato, probazioni, ministeri, ordini). Alla base della convivenza di carattere familiare, per San Filippo c’era la carità. Il primo e più grande dei comandamenti è pure il discriminante di ogni altra norma umana, che è buona solo se rispondente alla carità. La virtù teologale «più grande» di cui parla San Paolo nel suo inno, è il movente che porta liberamente a rispettare la norma positiva, non per dovere ma con la volontà di ricercare un fine superiore. Questo è il senso – breve e conciso – della libertà dall’imposizione dei voti e della carità come unica legge.
Vestendo l’abito filippino, l’augurio che si suole fare è per somigliare sempre più al fondatore del quale si assume l’aspetto esteriore. Quando oggigiorno capita di vedere un religioso fuoriuscito che, come pesce fuor d’acqua, indossa l’abito pur stando fuori dall’istituto, si ha l’impressione di vedere un evaso. Il padre filippino che teneva l’omelia di quel matrimonio, si direbbe che predichi bene e razzoli male… Infatti non si capisce come dopo due mesi e mezzo dal presbiterato abbia lasciato la Congregazione per chiedere accoglienza altrove, accompagnato dalla propria guida spirituale. Per di più se voleva lasciare per un ripensamento, perché non farlo pacificamente? Che bisogno c’era di ricorrere contro in via giudiziale, o destare clamore col pushing e scalpore coi giornali?

Miei cari figli, la regola delle nostre vite, se apparteniamo a Dio, è proprio questa: seminiamo nelle lacrime per poter raccogliere in allegrezza. Quando fui ordinato sacerdote e baciai la Croce sul mio manipolo dicendo: «Merear Domine, portare manipulam flatus et doloris», mi domandai: «Dov’è il dolore, dove sono le lacrime?» e poi aggiunsi: «Sicuramente non mancheranno». Esse sono il nostro destino quaggiù. Come dice s. Paolo, se non ricevessimo nessun castigo saremmo figli bastardi, non erediteremmo il regno dei cieli. Ma se subiamo delle sofferenze e le sopportiamo bene, allora le prove dell’amore di Dio per noi saranno due: una sarà la sofferenza stessa, l’altra sarà la grazia che ci ha permesso di sopportarla.
(J.H. Newman, Discorso al capitolo, 22 dicembre 1852)

super omnia charitasultima modifica: 2020-09-20T18:09:55+02:00da seddaco
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