Mannaggia ‘o suricillo e pezza ‘nfosa!

Dialogare coi lettori di un certo libro, per l’autore dovrebbe essere sempre un piacere. E io non voglio dire il contrario, sebbene i discorsi possano talvolta farsi difficili.
L’editore Il Giglio nella sua lettera napoletana (n. 51 di aprile 2012) faceva il quadro della situazione, mentre la cronaca dava notizia degli avvisi di garanzia. L’apertura del fascicolo d’inchiesta fu il momento in cui per la prima volta lo Stato italiano prestava attenzione al suo monumento nazionale. Fu quello il termine del tentativo di riapertura dell’intero complesso, promosso dalla Congregazione a proprie spese, quando col sudore della fronte si resero abitabili enormi ambienti abbandonati. L’Istituto religioso cercò di reperire altrove le risorse umane, per un tentativo che non avrebbe riguardato solo la comunità ecclesiale. Oltre alla riapertura al culto della chiesa chiusa e, dopo decenni, nuovamente visitabile e ufficiata, la lettera ricorda anche la realizzazione di pubbliche conferenze culturali e spirituali. Gruppi diversi della Chiesa locale vollero coinvolgersi per realizzare qualcosa di bello e proficuo: gli incontri-dibattito di letteratura, arte, storia della Chiesa, concerti, la liturgia del Summorum Pontificum… Il direttore incaricato mandò a carte quarantotto il progetto di fruizione al pubblico della biblioteca e, con esso, l’intera esperienza di chi ci aveva provato. Si dimostrò con evidenza che non ci fossero le condizioni per la sussistenza autosufficiente di una Congregazione che, oltre a mantenere i suoi membri, deve sostenere le spese vive (pulizie, utenze, assicurazione, impianti), senza parlare della manutenzione ordinaria (interna ed esterna). E non può essere altrimenti in un organizzazione sui iuris di case autonome. Perché oggigiorno i grandi “ordini religiosi” di un tempo non sono più all’altezza della situazione? La risposta è semplice, qualunque giornalista che voglia parlare con cognizione di causa può ripassarsi un po’ di storia dell’Italia unitaria. Perché la sovrintendenza propone di affidare la gestione senza garantire le risorse necessarie…? È un discorso inconcludente per quanto onori i religiosi della prelazione rispetto agli “avvoltoi” di cui parla quella lettera napoletana. Teniamo per di più presente che il soggetto cui lo Stato affida in custodia il bene, non solo non è retribuito ma deve pure farsi carico delle spese per svolgere la sua funzione. What else? Per questo io chiederei ad ogni stimato lettore di San Filippo a Napoli, di ragionare a lungo prima di scrivermi graditi messaggi, poiché solo dopo sarà possibile bere ottimi caffè. «Tutto ciò che gli oratoriani sono stati per Napoli sembra essersi polverizzato. Parlo anche e soprattutto del valore teologico, culturale, artistico», lo crediamo tutti ma rimangono i problemi.

La lettera indirizzata da Italia nostra al Mibac (in la Repubblica del 10/04/19) dimostra che il monumento sia finalmente considerato per quello che è: un bene della collettività, un affare di pubblico interesse. È pure un esercizio di democrazia per confrontare la posizione di chi vorrebbe sperimentare il commercio socio-culturale (v. p.e. Nicoletta Ricciardelli) e il pensiero di chi crede meglio valorizzare i tesori riscoprendo la loro propria natura. È la differenza sostanziale tra il cittadino pensato come consumatore di beni immateriali e la persona umana che coltiva e ricrea lo spirito in modo appena un po’ più sublime. La messa in mostra della tecnica di restauro a discapito dell’ermeneutica dell’arte, è scuola di autoesaltazione che non arricchisce l’utente perché non gli comunica significati. Un libro può essere bello a vedersi, ma molto più utile se lo si sa leggere. A tale scopo servono quattro ascensori di cristallo? Non saprei dirlo, certamente la predisposizione morale non ha prezzo. Ai lettori/interlocutori direi che la comunità cristiana non dovrebbe proprio rinunciare a fare la sua parte.

Mannaggia ‘o suricillo e pezza ‘nfosa!ultima modifica: 2020-05-29T16:43:25+02:00da sedda-co
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