Storie del Belpaese – parte I

[le parole in celeste sono link]

Una volta con dei veneti vidi la registrazione di uno spettacolo trasmesso da Rai2 sulla strage del Vajont, si trattava di un bravo attore che interpretava un monologo in modo assai comico. Presentando la visione, ci tennero quei veneti a premettere che, passata la cronaca del momento, i due terzi dell’Italia sapeva poco e niente del Vajont. È stata una pagina di storia piuttosto triste, un disastro preannunciato e costato caro agli stessi uomini coinvolti nell’opera.

Quanto all’ignoranza dei fatti di cronaca, penso la stessa similitudine dei “due terzi d’Italia” in riferimento alla vicenda dei girolamini; uno scandalo di tutt’altra natura e pur non minore portata. Non ho il talento di quell’attore per interpretare uno spettacolo tragicomico, però per informarsi suggerisco la visione di una raccolta di materiale audiovisivo disponibile su YouTube

Chi scopre la questione per la prima volta, innanzi al fatto compiuto è assalito dallo sgomento. Le immagini del saccheggio lasciano esterrefatti e, alla ragione che cerca di capacitarsi di cotanto scempio, si presentano dei punti interrogativi. Ci salva dalla follia la fondamentale domanda di senso che ordina la realtà secondo le sue cause: perché? Come è successo? E se la razionalità tende sovente all’astrazione, io preferisco correre il rischio di essere banale, riassumendo il caso in forma narrativa. Ai più potrò sembrare ridicolo, o forse «indegno» (come qualcuno ha giudicato il libro Max Fox), tuttavia già nella premessa di San Filippo a Napoli ho specificato il mio fine divulgativo e non magistrale, volto a facilitare la conoscenza di chi si approccia per la prima volta a un argomento nuovo, con la necessità di semplificare per comprendere. Quello era uno studio di storia con ricco e folto apparato critico, questo invece un blog.

Le transenne delimitavano le parti di agibilità offlimits

C’era una volta, appena un decennio fa, un padre dell’Oratorio di Napoli giunto ormai alla terza età. Reduce di una comunità dedita ai laici in oratorio e perfino impegnata nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose della diocesi, che ospitava proprio nei locali della casa. Una comunità custode del proprio patrimonio artistico e librario, ereditato dal glorioso passato che vide la prima biblioteca aperta al pubblico, attività culturali in ambito umanistico e musicale, oltre a liturgia e pastorale. Quando col tempo vennero a mancare uno per volta i padri, all’alba del terzo millennio l’ultimo rimase solo in un complesso di circa 10.000mq di superficie. Era un uomo di indubbia cultura e buona nomea, il p. Ferrara (conservatore del complesso e direttore dal 1970 al 2009), succeduto al confratello Bellucci (direttore della biblioteca dal 1945 al 1969). Ma ormai settantenne, poteva pensare di tenere aperta e ufficiare la chiesa (con pulizie, manutenzioni, consumi), organizzare e dirigere visite al monumento, o progettare convenzioni con enti esterni, eccetera…? Chiudendo ogni serratura di porte e finestre interne ed esterne, si ridusse a custodire il monumento serrato, celebrando la Messa in oratorio e abitando altrove. La chiesa era e restava chiusa da anni, finché un giorno la Procura generale di tutti gli Oratori del mondo, pensò di venire incontro a quel padre di Napoli, inviandogli un altro sacerdote volontario di altra provenienza. Convissero assieme per qualche tempo, finché per il peso degli anni l’anziano padre venne meno. Il nuovo giovane sacerdote prese allora in mano la situazione con alcune iniziative che coinvolsero pure giovani del quartiere, oltre a fedeli amanti della liturgia antica promossa dal Summorum Pontificum. Si rimboccarono le maniche lavorando per mesi alla pulizia e riallestimento di immensi spazi da anni in disuso tra chiesa, casa, quadreria. Il sacerdote era infatti conservatore del bene pubblico (monumento nazionale) che è il complesso dei girolamini; ivi inclusa la biblioteca per la quale si dovette provvedere a un direttore. Perché? Una biblioteca così importante non aveva dei dipendenti? Certo che sì, a carico della Congregazione che dallo Stato non riceveva un centesimo; perché neanche il conservatore del bene aveva diritto a una qualche retribuzione per l’incarico. E allora ci chiederemmo: “di cosa viveva?” Una bella domanda che per un periodo trovò risposta nell’8×1000 per il servizio di confessore in cattedrale. “E per il resto? Tutta quella struttura?”, si interroga la nostra intelligenza di fronte alla mole faraonica di proporzioni mastodontiche del complesso oratoriano. Risposta: boh! Un pover uomo che viene incaricato di conservare un bene tenendolo in piedi, per quanto chiuso, senza disporre di nessun fondo pubblico, se è di nobile e agiata famiglia – come era l’ultimo padre superstite – può spendere proprie sostanze anche nel rifacimento dei tetti (!), se è un comune mortale che cerca di sbarcare il lunario a fine mese, si trova proprio una bella gatta da pelare.

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La Congregazione nomina allora direttore una persona gradita al Ministero, col beneplacito prima e la ratifica poi del ministro (di Agricoltura e Beni culturali) Giancarlo Galan di Forza Italia, poiché suggerita dal senatore Marcello Dell’Utri nel governo Berlusconi IV. Il nome del bibliofilo al secolo fu Massimo De Caro, all’epoca già noto per i suoi precedenti penali. Un nome una garanzia. Il nuovo direttore assume appieno i suoi compiti, liberando in toto la Congregazione dal doversi occupare pure della biblioteca. È proprio da questo momento che la faccenda inizia a farsi spinosa per un arco di tempo tanto breve quanto devastante.

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Avevo pregato De Caro di cominciare il racconto dall’inizio. I suoi genitori, la sua infanzia, Orvieto, prima di arrivare al resto, i libri antichi, Buonos Aires, la Biblioteca Vaticana, il falso Galileo, i russi, D’Alema, le bioenergie, Dell’Utri, Viktoriya, i Girolamini, l’incarcerazione a Poggioreale, l’isolamento a Rebibbia, il processo, la condanna. E così è stato. (…)

Una volta di più in quel pomeriggio, De Caro ha nominato Marcello Dell’Utri, il senatore condannato per mafia, e nulla ha fatto per nascondermi la sua devozione verso di lui.

(Sergio Luzzato, “Max Fox”, Einaudi, Torino 2019, p. 7.9)

continua…

Storie del Belpaese – parte Iultima modifica: 2020-01-13T15:19:05+01:00da sedda-co
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